lunedì 27 febbraio 2017

La Agatha Raisin di M.C. Beaton

Mi sono appena letto il sedicesimo episodio della seria dedicata da M.C. Beaton alla sua provetta investigatrice Agatha Raisin (1992, ...). Non mi ha fatto venire voglia di continuare la lettura. Una mezza curiosità sulla trasposizione televisiva m'è però venuta. Senza però nessun impegno.

Beaton è uno degli pseudonimi usati da Marion Chesney, il cui nome attuale sarebbe Marion Gibbons, ma non usa il cognome del marito per la sua attività di scrittrice, bensì una variante del suo cognome da nubile, McChesney. Prima di leggere Agatha Raisin e il modello di virtù (2005), nulla avevo letto di lei, in nessuna delle sue varianti. Nonostante che la signora, ormai ottantenne, sia piuttosto prolifica.

Pagato il pedaggio alla Christie con il nome della protagonista della serie, lo sviluppo del racconto segue logiche sue, piuttosto divertenti. Abbiamo infatti a che fare con una cinquantenne poco rassegnata all'età non proprio freschissima, che ha lasciato un lavoro londinese ad alta tensione per ritirarsi nella campagna inglese, dove ha abbracciato la professione investigativa, pur essendo decisamente a digiuno delle cose del mestiere.

Purtroppo lo sviluppo dei personaggi lascia a desiderare, tutti piuttosto monodimensionali e dai comportamenti spesso inspiegabili e, quel che peggio, inspiegati.

Avendolo letto nella traduzione italiana di Marina Morpurgo, non sono certo se le perplessità che mi sono nate sull'uso del linguaggio in questo romanzo siano da attribuirsi tutte all'autrice. Credo però che anche la traduttrice abbia le sue responsabilità. Più di una volta ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte ad una versione troppo precipitosa di un testo inglese.

Di sicuro responsabilità dell'autrice la chiusura dell'indagine, precipitosa e resa con un improponibile doppio spiegone, con elementi della soluzione che vengono ripetuti verbatim pochi paragrafi di distanza.

Questa strana dissonanza tra l'anima della storia, che è tutto sommato piacevole, e la sua narrazione, decisamente sotto standard, e a tratti decisamente indisponente, è la chiave del mio moderato interesse nel vedere come altri potrebbero rendere il racconto, magari usando un altro mezzo.

lunedì 21 novembre 2016

L'altro capo del filo - Andrea Camilleri (2016)

L'ho letto qualche tempo fa, ma solo oggi, spinto dalla lettura di quel che ne pensa Marco Il Bibliofilo, mi decido a buttar giù qualche riflessione che mi è venuta dalla lettura dell'ultimo (*) romanzo dedicato al commissario Montalbano.

Prima cosa, per tutto il tempo della lettura ho pensato che Camilleri avrebbe dovuto dare una bella rilettura al testo prima di darlo alle stampe. Dato il suo peso editoriale, non credo che in Sellerio si azzardino a modificare la sua stesura originale. Poi scopro, leggendo le note finali, che questo è il suo primo lavoro da quando ha perso la vista, e che l'opera di scrittura è stata mediata dai suoi collaboratori. Ci sono restato male, però il punto rimane. Mi pare che manchi un equilibrio al racconto, troppo sbilanciato sulla prima parte, che evidentemente tratta un argomento che all'autore sta particolarmente a cuore ma che non è rilevante all'interno della struttura al punto da giustificare l'imponente numero di pagine dedicatogli.

Sono passati molti anni dal precedente Montalbano che ho letto, e questo mi ha fatto venire il dubbio se lo stile di Camilleri sia cambiato nel tempo, se la mediazione del suo team abbia influito sul risultato, o se sia stato il mio gusto per la lettura che abbia preso strade diverse. Fatto sta che, pur riconoscendo l'atmosfera vigatese con tutti i soliti personaggi che la popolano, mi sono chiesto più volte se non fosse cambiato qualcosa di sostanziale in questi anni che però non sono riuscito ad identificare.

Visto dal punto di vista puramente giallo, il romanzo consta di due casi che hanno ben poco in comune. Nel primo Montalbano indaga su di uno stupro avvenuto in mare, che viene risolto grazie alla sua capacità di osservazione. Il secondo è invece relativo ad un bell'efferato omicidio (**) su di persona con cui il Montalbano aveva appena stabilito un'amicizia che sembrava destinata a diventare profonda. Che poi è una delle regole del gioco, mai diventare amici del protagonista di una serie gialla, le possibilità di schiattare in modo orribile aumentano incredibilmente.

La morta è una sarta, e non si capisce chi possa averla uccisa e perché. Le indagini vengono condotte con una approssimazione tale da far rizzare i capelli. Tanto per dirne una, si capisce subito che il mistero sarebbe grandemente semplificato se si facesse richiesta dei tabulati telefoni relativi alle linee, fisse e mobili, della signora. Eppure nessuno fa una mossa in tal senso. Forse perché sono tutti impegnati a gestire il gran traffico di migranti che passa da quelle parti, e la lucidità necessaria per usare la logica se ne è andata a ramengo.

Meno spiegabile mi pare sia l'assassina stessa, che fa trovare al commissario una lettera-spiegone in cui chiarisce tutti i dettagli, molti dei quali sarebbero restati completamente oscuri al commissario e ai lettori. Forse si è voluta levare un peso dalla coscienza, senza però pagare il fio dei suoi peccati? Ma perché farlo quando ancora poteva essere beccata, meglio sarebbe stato sparire e mandare l'incomprensibile missiva una volta che si fosse sentita al sicuro.

Nonostante tutto, l'indagine mantiene un suo bislacco fascino, anche se il commissario sembra sempre più interessato al cibo e sempre meno a tutto il resto. O forse proprio per questo.

(*) Ultimo solo per il momento, ho letto da qualche parte che sarebbero già ben avviati altri due episodi della saga.
(**) "Bello" nel senso di in linea con le aspettative del genere.

venerdì 19 febbraio 2016

L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome

Romanzo di Alice Basso, 2015.

Opera prima, e si vede. Mi dicono che sia un caso di successo dell'editoria italiana dell'anno scorso, e lo vedo meno.

Leggibile, carino, divertente, almeno a tratti. Piuttosto confuso nello sviluppo, come ammette anche l'autrice nell'intervista a se stessa pubblicata a piè di libro. Lei lo mette in positivo, dicendo che ci ha messo dentro tutto quello che le piace. Il problema è che ci sono parti che le vengono meglio, altre meno.

Vani di mestiere fa la ghostwriter, quello che in italiano si chiama(va) negro, ovvero scrive libri per personaggi famosi che non ne hanno tempo, voglia, o capacità, senza metterci il nome. Lo fa come il buon Benjamin Malaussène fa il capro espiatorio secondo Daniel Pennac, ovvero con gran modestia, e come se la sua fosse una occupazione normale. Ha un capo con cui ha una relazione molto conflittuale basata su reciproca stima e disgusto. Nel corso della sua innominabile carriera, la vediamo lavorare solo a libri di gran successo, di materia estremamente disparata. Il primo, un saggio scientifico divulgativo, serve solo per farci capire quanto sia brava e capace di adattarsi. Il secondo, un romanzo di ambientazione americana, le fa incontrare l'uomo che le farà girare la testa e che sarà al centro della trama chick-lit. Il terzo, un saggio paranormale, ha lo scopo di introdurre una trama gialla e il secondo uomo che serve sia per complicare il lato romantico sia per dare più corpo allo sviluppo poliziesco (trattasi infatti di commissario).

Concentrandosi sul terzo lavoro di Vani, eliminando la componente hard-boiled, sviluppando meglio l'ambiente esoterico e tutta la fuffa che si può pensare si annidi da quelle parti si ottiene ... ohibò, Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. E questo da un'idea di quella che penso sia la debolezza fondamentale del romanzo. Troppa roba e trattata di corsa. Non si approfondisce, si corre velocemente su troppi temi, come se si volesse fare un rapido riassuntino per il lettore che non ha tempo di leggere cose più sostanziose.

E nello sviluppo c'è spazio anche per molto altro, ad esempio un crossover con il genere young-adult, grazie al fatto che Vani incontra una ragazzina, Morgana, che è il suo clone, e così viviamo una sorta di flashback con Vani che cerca di modificare quello che sa potrebbe essere il suo futuro.

A mio parere, la parte migliore sta nella narrazione dei dolori della giovane (non più giovanissima, tarda trentina, ma si sa, i tempi di maturazione degli umani nei paesi occidentali si sono ridicolmente allungati) Vani. E deve averlo capito bene anche la Basso, visto che ha scelto di seguire la protagonista lasciandole in uso esclusivo l'io narrante. Questo però va a scapito di tutti gli altri personaggi, che risultano davvero poco sviluppati.

La parte peggiore sono i dialoghi. Improponibili. La gente non parla così. Avrà provato l'autrice a leggere ad alta voce quello che i suoi personaggi dicono? Avrebbe dovuto. Spero, nel suo interesse, che lo faccia per quello che sembra essere l'inevitabile seguito.

venerdì 29 gennaio 2016

Best Movie Tag

Marco il Bibliofilo mi ha segnalato per uno di quei giochetti che appestano il web, che però hanno anche il loro risvolto simpatico. In pratica ha citato il mio blog (*) e con questo semplice atto mi ha legato ad una serie di adempimenti.

(1) Inserire il tag, sotto forma di immagine. E questo è facile:

(2) Ringraziare l'inventore del malefico meccanismo, Neogrigio, che ha scatenato il tutto dal suo blog Una vita non basta. E anche qui ce la si cava facilmente.
(3) Indicare cinque film tra quelli visti nel 2015. E questa è già tosta. Me la cavo così:

Interstellar di Christopher Nolan. La prima volta l'ho visto nel 2014, e questo lo escluderebbe dalla selezione, ma un cineforum estivo mi ha dato l'occasione di rivederlo nel 2015. Svariati i temi toccati, tutti molto controversi, come la relazione tra ragione e sentimento. Può la prima fare a meno del secondo? (Spoiler, no.)

Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael. Dio è una brutta persona. Fortuna che ha una figlia che ha compassione per gli umani.

Predestination dei fratelli Spierig. Avrei detto che fosse impossibile portare sullo schermo Tutti voi zombie di Heinlein. E invece.

The imitation game. Benedict Cumberbatch che interpreta Alan Turing. E tanto basti.

Calvario di John Michael McDonagh. L'ultima settimana di vita di un prete cattolico irlandese (Brendan Gleeson), chiamato a pagare per colpe non sue.

Aggiungo come riserva Paddington, un film che penso possa piacere a tutti.

(4) Segnalare altre possibili vittime del giochino. E qui il gioco si fa duro.

Impossibilitato a segnalare il segnalante, pena la creazione di un circolo vizioso che finirebbe per causare la fine dell'internet per come la conosciamo noi oggi, faccio i seguenti nomi:

Nella Crosiglia, per il blog Rock Music Space.
Marco Grande Arbitro, con il blog collettivo GiocoMagazzino!
Cecilia, a.k.a. La Tosca non è per tutti.
Luthien_ab di Ho voglia di cinema.
Tiziana con Di cinema, fiction & ...
Sam Gamgee e il suo Come nei film.
Sailor Fede per Componente instabile.
Federica di Una ciliegia tira l'altra.
And, last but not least, A Gegio film.

(*) Non questo, che non legge nessuno, nemmeno io che, seppur raramente, ci scrivo, ma Cine BlaBla. Posto qui per manie personali. Là pubblico solo in relazione ai film che vedo.

sabato 26 settembre 2015

Con tutto il bene che ti voglio

Commedia paradossale di Luciano Lunghi, qui presentata in dialetto lombardo (*).

(*) E sottolineo che ogni possibile riferimento a parole inglesi è casuale e non volutamente imbarazzante.

sabato 6 dicembre 2014

Oscar alla migliore animazione 2014

L'Academy ha premiato Frozen. Bel film, niente da dire. Però, se avessi avuto voce in capitolo, avrei votato in modo diverso.

Questa la mia classifica:

5. I Croods: Dalla Dreamworks mi sarei aspettato molto di più. Ambientato in una preistoria di fantasia, forse sarebbe considerato retrogrado persino dai nostri antenati di quel periodo.

2. Frozen - Il regno di ghiaccio: Una produzione Disney ma lontana mille miglia dal manicheismo di nonno Walt. Sarei pure stato d'accordo per l'Oscar, se non fosse stato un anno denso di prodotti altrettanto, e anche più, interessanti.

2. Cattivissimo me 2: Lo ammetto, la storia qui è del tutto secondaria per la mia valutazione. Come pure la qualità grafica. E' il collettivo dei minion che vince su tutto.

2. Ernest & Celestine: Delicata storia quanto le tinte pastello con cui è visualizzata.

1. Si alza il vento: Grandissimo Miyazaki.

lunedì 27 ottobre 2014

Oscar al miglior film dell'anno 2014

Sono finalmente riuscito a vedermi tutti e nove i candidati all'Oscar ultimo scorso. Per l'Academy il premio è andato a 12 anni schiavo. Questo invece quel che ne penso io.

Scartati

The wolf of Wall Street. Basato sulla storia vera di uno speculatore newyorkese, ha il suo centro nella interpretazione di Leonardo DiCaprio, che riesce a far passare in secondo piano anche la regia di Martin Scorsese. Credo che la lunghezza eccessiva fosse voluta, per dare l'effetto di nausea che deve permeare dalla vita del soggetto. Ma penso che ci siano modi meno costosi per lo spettatore per ottenere lo stesso risultato.

Dallas Buyers Club. Anche questo film ha il suo punto forte nell'interpretazione del protagonista, Matthew McConaughey (che è anche nel Lupo), questo è però un film a basso costo, almeno per gli standard americani, che è riuscito a trovare la via delle grande distribuzione grazie al cast che si è interessato alla storia. Un altra storia vera, opportunamente manipolata per far risaltare quello che interessava al team creativo. Il risultato m'ha dato l'impressione di una eccessiva forzatura.

Belli

Lei - Her. Problema simile al Lupo. Non credo che se si vuole parlare di depressione occorra necessariamente fare un film deprimente. I toni asettici usati da Spike Jonze nel narrare la storia di Theodore (Joaquin Phoenix) ci stanno, ma il risultato mi è parso eccessivamente freddo.

Captain Phillips - Attacco in mare aperto. Ennesima storia vera, questa è stata adattata per farne un quadretto ancor più edificante del materiale di partenza. Ma la regia di Paul Greengrass mi ha preso a tal punto che me ne sono accorto solo molto dopo la fine del film.

12 anni schiavo. Bello, eh. Steve McQueen è davvero bravo, e l'Oscar ci sta tutto, considerando che è un premio del cinema americano. Fatto è che si tratta, per l'appunto, di una storia molto americana, a cui non è che io sia riuscito molto ad appassionarmi, non avendo nulla a che fare con il dramma dello schiavismo. Non che si parli solo di quello, è possibile astrarre considerazioni più generali, ma l'impostazione data è mirata sul caso particolare. Vedasi La ragazza del dipinto come esempio di film che tratta lo stesso tema in un modo che mi è parso più interessante.

Preferiti

Philomena. Film che sembra fatto per scontentare tutti, in quanto affronta un tema per cui molti hanno una risposta definitiva, ma si rifiuta di dare una risposta netta in una direzione o nell'altra. Al contrario di Her, nonostante che si parli di argomenti molto delicati e dolorosi, qui lo si fa con gran leggerezza e autoironia, grazie ad un team creativo di tutto rispetto, che vede in prima linea Steve Coogan e Stephen Frears. Grande anche la prestazione di Judi Dench nel ruolo principale.

American hustle - L'apparenza inganna. Lo direi il film più socievole del lotto. Nel senso che se volessi passare una serata con un gruppo di amici guardando uno tra questi titoli, sceglierei questo. Simpatico, divertente, con un ottimo cast, e ha pure cose interessanti da dire.

Gravity. La spettacolarità fatta cinema. Più grande è lo schermo su cui lo si guarda e meglio è. Nonostante l'ambientazione spaziale, la storia narrata è così lieve che potrebbe passare inosservata allo spettatore disattento (e uso alla grevità del film spettacolare medio).

Prescelto

Nebraska. Difficile credere che sia tra i candidati, visto che sembra uno di quei film che fa di tutto per sconsigliare la visione di se stesso. Girato in bianco e nero, con un protagonista vecchio e antipatico (Bruce Dern), che fa muovere l'azione con una lentezza esasperante nella più monotona provincia americana.
Eppure consiglierei di non farsi distrarre da questi dettagli, e lasciare che Alexander Payne narri la storia fino in fondo.