Mi sono molto divertito alla lettura di un passo di questo libro. Il problema è che l'ho trovato a pagina 279 e il divertente sta, a mio gusto, nell'assurdità della situazione, che temo non sia stata percepita dall'autrice.
La storia è un sequel di Orgoglio e pregiudizio, e narra le vicende dei Darcy dal punto in cui Jane Austen le aveva lasciate nel suo romanzo ben più famoso e degno di memoria. Si presentano immediatamente alcuni problemi, il più grosso dei quali è che la Bebris non solo non è la Austen ma non è neppure una scrittrice di buon livello. Si vede che ha fatto una certa gavetta (*) ma si vede anche che non aveva nulla da dire nella scrittura di questo romanzo.
Tra l'altro, mi pare perdente in partenza la strategia della Bebris di scrivere come se fosse un falso d'epoca, per l'ovvio motivo che lei, americana contemporanea, non ne ha la capacità. Non basta essere socia attiva della Jane Austen Society of North America e aver fatto diversi viaggi in Inghilterra (**) per poterlo fare. Più astuto sarebbe stato usare il trucco manzoniano del manoscritto ritrovato per spiegare la distanza di stile e permettere di commentare in modo sensato passaggi che ad un nativo del tempo sarebbero stati così naturali da non richiedere spiegazioni.
Non mi stupirebbe se il pubblico di riferimento fosse disposto a chiudere un occhio su questo problema. Si tratta infatti di lettori (***) che hanno già letto tutto più volte della Austen e sono disposti ad accettare prodotti simili, anche se molto inferiori, per intervallare una rilettura alla successiva. Invece mi sorprende di più che non vi sia stata una specie di rivolta popolare in seguito alla variazione del carattere dei personaggi principali.
Credo infatti che la Bebris non avesse idea di cosa poter scrivere sulla vita coniugare dei Darcy per mancanza di interesse nel tema. Ha così deciso di sparare i personaggi austeniani in un racconto più nelle sue corde. Che non è, ahinoi, niente di buono. Il buon Darcy viene così convertito in una specie di emulo di Sherlock Holmes, incapacitato a raggiungere il suo modello per evidenti limiti nell'osservare e nell'indurre qualcosa di valido. Lizzy, fresca signora Darcy, assume venature paranormali, sente le voci, vede e fa cose che agli altri sono precluse, insomma, una pazza.
La narrativa sentimentale viene così adattata per seguire, piuttosto blandamente invero, i canoni di una investigazione vagamente in uno stile Sherlockiano. Lentamente ma inesorabilmente vengono inseriti elementi occultistici, spiritisti, fino a giungere ad un finale che sembra estratto non so bene se da Il signore degli anelli o dalla saga di Harry Potter.
Non penso che la Bebris avesse intenzione di fare un qualsiasi punto con questo romanzo (°), quello che ho ricavato dalla lettura è una rivisitazione in chiave sbarellata dell'idea austeniana della non contrapposizione ma completamento tra ragione e sentimento. Qui, infatti, Elizabeth contrappone alle ragioni della testa non quelle del cuore, quanto quelle di insondabili energie new age.
(*) Dal risvolto di copertina si evince che prima di questo colpo fortunato ha scritto su giornali, insegnato inglese, e fatto l'editor per una collana fantasy.
(**) Anche queste notizie riportate nel risvolto di copertina.
(***) O per meglio dire lettrici, visto che la Austen ha un successo molto più marcato nel campo femminile.
(°) Oltre agli aspetti prettamente commerciali, intendo.
giovedì 29 giugno 2017
martedì 11 aprile 2017
I bastardi di Pizzofalcone - Maurizio De Giovanni (2013)
Mia prima lettura di qualcosa firmato da questo autore. Sequel de Il metodo del coccodrillo (*), in cui viene introdotto il personaggio dell'ispettore Lojacono che qui si prende il posto da protagonista all'interno di un eterogeneo gruppo di strambi poliziotti.
L'evidente idea dell'autore è quella di puntare alla letteratura seriale in stile 87° distretto (**) con uno stile di scrittura facilmente trasponibile anche nella serialità televisiva. Come in effetti è successo.
Prima dell'inizio della storia, il commissariato napoletano di Pizzofalcone viene portato sull'orlo della chiusura da comportamenti poco ortodossi di alcuni suoi elementi (***). Un commissario capo, Luigi Palma, decide di giocare d'azzardo con la sua carriera e accettare la sfida di far riprendere quota a quella sede disagiata, su cui vengono fatti convergere, tanto per non farci mancare niente, gli scarti di tutti gli altri commissariati cittadini.
Palma si butta in questa situazione balenga anche perché conta molto su Lojacono, che ha visto in azione nel prequel, sa che ha una pessima nomea, ma da cui si aspetta faville. Che prontamente arrivano.
Il caso principale trattato nel libro è quella di una facoltosa signora, Cecilia de Santis, che viene uccisa con un colpo di boule de neige alla testa. Considerando che ella era una accanita collezionista delle suddette brutture, verrebbe da concedere almeno parziali attenuanti a chi l'ha fatta fuori. Il problema è capire chi sia stato costui. L'indiziato principale è ovviamente il marito, un parvenu, traditore abituale, disegnato anche in modo da renderlo persino più antipatico di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Ma non sarà una soluzione troppo facile?
Ci sono poi un altro paio di casi che servono più che altro ad aumentare la dose di colore locale. Uno si conclude lasciando un pugno di mosche in mano agli investigatori, l'altro sembra promettere sviluppi interessanti (°) nei prossimi episodi della serie.
Scrittura molto scorrevole, simpatica ambientazione che non scade nel macchiettistico. Non ho perso tempo a cercare di capire chi fosse il colpevole, ma credo che, impegnandosi, il lettore possa arrivare a capirlo anche prima del Lojacono. Il caso non è, a mio avviso, tra i più ragionevoli, ma è tutto sommato accettabile.
Ci sono alcuni punti negativi, che però non sono tali da spingermi a sconsigliare la lettura. In particolare, pur essendo complessivamente ben narrato, i dialoghi mi hanno fatto più volte cadere le braccia. Troppo lunghi, troppo esplicativi, poco calzanti con l'immagine del personaggio.
Lo spiegone finale tende al terribile. Troppo lungo, presentato come confessione di chi ha compiuto l'atto, mi ha annoiato. Meglio sarebbe stato farci seguire, almeno parzialmente, la parte finale dell'indagine in cui si scoprivano i dettagli che confermano a Lojacono la sua ipotesi.
Mi ha lasciato qualche dubbio anche la composizione della squadra di Pizzofalcone. In teoria dovrebbe trattarsi della feccia della polizia napoletana, in pratica si tratta di personaggi piuttosto peculiari, magari anche spiacevoli da avere come colleghi, ma non sono poi così male. Strano che non ci sia tra di loro nemmeno un soggetto veramente insopportabile.
Simpatico il finale, un colpo di scena che poco ha che fare con le indagini ma che mi ha fatto ridere di gusto.
(*) Ripetutamente citato nel corso dell'azione, quasi come se il De Giovanni approfitti dello spazio per pubblicizzare il suo lavoro precedente.
(**) Ed McBain viene giustamente indicato dalle fonti di riferimento nelle note dell'autore.
(***) La premessa è la parte meno credibile di tutta la storia. Spero che il De Giovanni abbia avuto modo nei sequel di buttar lì che questo fosse solo un pretesto. Ci vedrei bene, che so, magari una qualche squallida lotta intestina tra commissariati cittadini.
(°) Anche se in realtà non mi sembra avere abbastanza forza per ambire a diventare un futuro caso principale.
L'evidente idea dell'autore è quella di puntare alla letteratura seriale in stile 87° distretto (**) con uno stile di scrittura facilmente trasponibile anche nella serialità televisiva. Come in effetti è successo.
Prima dell'inizio della storia, il commissariato napoletano di Pizzofalcone viene portato sull'orlo della chiusura da comportamenti poco ortodossi di alcuni suoi elementi (***). Un commissario capo, Luigi Palma, decide di giocare d'azzardo con la sua carriera e accettare la sfida di far riprendere quota a quella sede disagiata, su cui vengono fatti convergere, tanto per non farci mancare niente, gli scarti di tutti gli altri commissariati cittadini.
Palma si butta in questa situazione balenga anche perché conta molto su Lojacono, che ha visto in azione nel prequel, sa che ha una pessima nomea, ma da cui si aspetta faville. Che prontamente arrivano.
Il caso principale trattato nel libro è quella di una facoltosa signora, Cecilia de Santis, che viene uccisa con un colpo di boule de neige alla testa. Considerando che ella era una accanita collezionista delle suddette brutture, verrebbe da concedere almeno parziali attenuanti a chi l'ha fatta fuori. Il problema è capire chi sia stato costui. L'indiziato principale è ovviamente il marito, un parvenu, traditore abituale, disegnato anche in modo da renderlo persino più antipatico di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Ma non sarà una soluzione troppo facile?
Ci sono poi un altro paio di casi che servono più che altro ad aumentare la dose di colore locale. Uno si conclude lasciando un pugno di mosche in mano agli investigatori, l'altro sembra promettere sviluppi interessanti (°) nei prossimi episodi della serie.
Scrittura molto scorrevole, simpatica ambientazione che non scade nel macchiettistico. Non ho perso tempo a cercare di capire chi fosse il colpevole, ma credo che, impegnandosi, il lettore possa arrivare a capirlo anche prima del Lojacono. Il caso non è, a mio avviso, tra i più ragionevoli, ma è tutto sommato accettabile.
Ci sono alcuni punti negativi, che però non sono tali da spingermi a sconsigliare la lettura. In particolare, pur essendo complessivamente ben narrato, i dialoghi mi hanno fatto più volte cadere le braccia. Troppo lunghi, troppo esplicativi, poco calzanti con l'immagine del personaggio.
Lo spiegone finale tende al terribile. Troppo lungo, presentato come confessione di chi ha compiuto l'atto, mi ha annoiato. Meglio sarebbe stato farci seguire, almeno parzialmente, la parte finale dell'indagine in cui si scoprivano i dettagli che confermano a Lojacono la sua ipotesi.
Mi ha lasciato qualche dubbio anche la composizione della squadra di Pizzofalcone. In teoria dovrebbe trattarsi della feccia della polizia napoletana, in pratica si tratta di personaggi piuttosto peculiari, magari anche spiacevoli da avere come colleghi, ma non sono poi così male. Strano che non ci sia tra di loro nemmeno un soggetto veramente insopportabile.
Simpatico il finale, un colpo di scena che poco ha che fare con le indagini ma che mi ha fatto ridere di gusto.
(*) Ripetutamente citato nel corso dell'azione, quasi come se il De Giovanni approfitti dello spazio per pubblicizzare il suo lavoro precedente.
(**) Ed McBain viene giustamente indicato dalle fonti di riferimento nelle note dell'autore.
(***) La premessa è la parte meno credibile di tutta la storia. Spero che il De Giovanni abbia avuto modo nei sequel di buttar lì che questo fosse solo un pretesto. Ci vedrei bene, che so, magari una qualche squallida lotta intestina tra commissariati cittadini.
(°) Anche se in realtà non mi sembra avere abbastanza forza per ambire a diventare un futuro caso principale.
lunedì 27 febbraio 2017
La Agatha Raisin di M.C. Beaton
Mi sono appena letto il sedicesimo episodio della seria dedicata da M.C. Beaton alla sua provetta investigatrice Agatha Raisin (1992, ...). Non mi ha fatto venire voglia di continuare la lettura. Una mezza curiosità sulla trasposizione televisiva m'è però venuta. Senza però nessun impegno.
Beaton è uno degli pseudonimi usati da Marion Chesney, il cui nome attuale sarebbe Marion Gibbons, ma non usa il cognome del marito per la sua attività di scrittrice, bensì una variante del suo cognome da nubile, McChesney. Prima di leggere Agatha Raisin e il modello di virtù (2005), nulla avevo letto di lei, in nessuna delle sue varianti. Nonostante che la signora, ormai ottantenne, sia piuttosto prolifica.
Pagato il pedaggio alla Christie con il nome della protagonista della serie, lo sviluppo del racconto segue logiche sue, piuttosto divertenti. Abbiamo infatti a che fare con una cinquantenne poco rassegnata all'età non proprio freschissima, che ha lasciato un lavoro londinese ad alta tensione per ritirarsi nella campagna inglese, dove ha abbracciato la professione investigativa, pur essendo decisamente a digiuno delle cose del mestiere.
Purtroppo lo sviluppo dei personaggi lascia a desiderare, tutti piuttosto monodimensionali e dai comportamenti spesso inspiegabili e, quel che peggio, inspiegati.
Avendolo letto nella traduzione italiana di Marina Morpurgo, non sono certo se le perplessità che mi sono nate sull'uso del linguaggio in questo romanzo siano da attribuirsi tutte all'autrice. Credo però che anche la traduttrice abbia le sue responsabilità. Più di una volta ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte ad una versione troppo precipitosa di un testo inglese.
Di sicuro responsabilità dell'autrice la chiusura dell'indagine, precipitosa e resa con un improponibile doppio spiegone, con elementi della soluzione che vengono ripetuti verbatim pochi paragrafi di distanza.
Questa strana dissonanza tra l'anima della storia, che è tutto sommato piacevole, e la sua narrazione, decisamente sotto standard, e a tratti decisamente indisponente, è la chiave del mio moderato interesse nel vedere come altri potrebbero rendere il racconto, magari usando un altro mezzo.
Beaton è uno degli pseudonimi usati da Marion Chesney, il cui nome attuale sarebbe Marion Gibbons, ma non usa il cognome del marito per la sua attività di scrittrice, bensì una variante del suo cognome da nubile, McChesney. Prima di leggere Agatha Raisin e il modello di virtù (2005), nulla avevo letto di lei, in nessuna delle sue varianti. Nonostante che la signora, ormai ottantenne, sia piuttosto prolifica.
Pagato il pedaggio alla Christie con il nome della protagonista della serie, lo sviluppo del racconto segue logiche sue, piuttosto divertenti. Abbiamo infatti a che fare con una cinquantenne poco rassegnata all'età non proprio freschissima, che ha lasciato un lavoro londinese ad alta tensione per ritirarsi nella campagna inglese, dove ha abbracciato la professione investigativa, pur essendo decisamente a digiuno delle cose del mestiere.
Purtroppo lo sviluppo dei personaggi lascia a desiderare, tutti piuttosto monodimensionali e dai comportamenti spesso inspiegabili e, quel che peggio, inspiegati.
Avendolo letto nella traduzione italiana di Marina Morpurgo, non sono certo se le perplessità che mi sono nate sull'uso del linguaggio in questo romanzo siano da attribuirsi tutte all'autrice. Credo però che anche la traduttrice abbia le sue responsabilità. Più di una volta ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte ad una versione troppo precipitosa di un testo inglese.
Di sicuro responsabilità dell'autrice la chiusura dell'indagine, precipitosa e resa con un improponibile doppio spiegone, con elementi della soluzione che vengono ripetuti verbatim pochi paragrafi di distanza.
Questa strana dissonanza tra l'anima della storia, che è tutto sommato piacevole, e la sua narrazione, decisamente sotto standard, e a tratti decisamente indisponente, è la chiave del mio moderato interesse nel vedere come altri potrebbero rendere il racconto, magari usando un altro mezzo.
lunedì 21 novembre 2016
L'altro capo del filo - Andrea Camilleri (2016)
L'ho letto qualche tempo fa, ma solo oggi, spinto dalla lettura di quel che ne pensa Marco Il Bibliofilo, mi decido a buttar giù qualche riflessione che mi è venuta dalla lettura dell'ultimo (*) romanzo dedicato al commissario Montalbano.
Prima cosa, per tutto il tempo della lettura ho pensato che Camilleri avrebbe dovuto dare una bella rilettura al testo prima di darlo alle stampe. Dato il suo peso editoriale, non credo che in Sellerio si azzardino a modificare la sua stesura originale. Poi scopro, leggendo le note finali, che questo è il suo primo lavoro da quando ha perso la vista, e che l'opera di scrittura è stata mediata dai suoi collaboratori. Ci sono restato male, però il punto rimane. Mi pare che manchi un equilibrio al racconto, troppo sbilanciato sulla prima parte, che evidentemente tratta un argomento che all'autore sta particolarmente a cuore ma che non è rilevante all'interno della struttura al punto da giustificare l'imponente numero di pagine dedicatogli.
Sono passati molti anni dal precedente Montalbano che ho letto, e questo mi ha fatto venire il dubbio se lo stile di Camilleri sia cambiato nel tempo, se la mediazione del suo team abbia influito sul risultato, o se sia stato il mio gusto per la lettura che abbia preso strade diverse. Fatto sta che, pur riconoscendo l'atmosfera vigatese con tutti i soliti personaggi che la popolano, mi sono chiesto più volte se non fosse cambiato qualcosa di sostanziale in questi anni che però non sono riuscito ad identificare.
Visto dal punto di vista puramente giallo, il romanzo consta di due casi che hanno ben poco in comune. Nel primo Montalbano indaga su di uno stupro avvenuto in mare, che viene risolto grazie alla sua capacità di osservazione. Il secondo è invece relativo ad un bell'efferato omicidio (**) su di persona con cui il Montalbano aveva appena stabilito un'amicizia che sembrava destinata a diventare profonda. Che poi è una delle regole del gioco, mai diventare amici del protagonista di una serie gialla, le possibilità di schiattare in modo orribile aumentano incredibilmente.
La morta è una sarta, e non si capisce chi possa averla uccisa e perché. Le indagini vengono condotte con una approssimazione tale da far rizzare i capelli. Tanto per dirne una, si capisce subito che il mistero sarebbe grandemente semplificato se si facesse richiesta dei tabulati telefoni relativi alle linee, fisse e mobili, della signora. Eppure nessuno fa una mossa in tal senso. Forse perché sono tutti impegnati a gestire il gran traffico di migranti che passa da quelle parti, e la lucidità necessaria per usare la logica se ne è andata a ramengo.
Meno spiegabile mi pare sia l'assassina stessa, che fa trovare al commissario una lettera-spiegone in cui chiarisce tutti i dettagli, molti dei quali sarebbero restati completamente oscuri al commissario e ai lettori. Forse si è voluta levare un peso dalla coscienza, senza però pagare il fio dei suoi peccati? Ma perché farlo quando ancora poteva essere beccata, meglio sarebbe stato sparire e mandare l'incomprensibile missiva una volta che si fosse sentita al sicuro.
Nonostante tutto, l'indagine mantiene un suo bislacco fascino, anche se il commissario sembra sempre più interessato al cibo e sempre meno a tutto il resto. O forse proprio per questo.
(*) Ultimo solo per il momento, ho letto da qualche parte che sarebbero già ben avviati altri due episodi della saga.
(**) "Bello" nel senso di in linea con le aspettative del genere.
Prima cosa, per tutto il tempo della lettura ho pensato che Camilleri avrebbe dovuto dare una bella rilettura al testo prima di darlo alle stampe. Dato il suo peso editoriale, non credo che in Sellerio si azzardino a modificare la sua stesura originale. Poi scopro, leggendo le note finali, che questo è il suo primo lavoro da quando ha perso la vista, e che l'opera di scrittura è stata mediata dai suoi collaboratori. Ci sono restato male, però il punto rimane. Mi pare che manchi un equilibrio al racconto, troppo sbilanciato sulla prima parte, che evidentemente tratta un argomento che all'autore sta particolarmente a cuore ma che non è rilevante all'interno della struttura al punto da giustificare l'imponente numero di pagine dedicatogli.
Sono passati molti anni dal precedente Montalbano che ho letto, e questo mi ha fatto venire il dubbio se lo stile di Camilleri sia cambiato nel tempo, se la mediazione del suo team abbia influito sul risultato, o se sia stato il mio gusto per la lettura che abbia preso strade diverse. Fatto sta che, pur riconoscendo l'atmosfera vigatese con tutti i soliti personaggi che la popolano, mi sono chiesto più volte se non fosse cambiato qualcosa di sostanziale in questi anni che però non sono riuscito ad identificare.
Visto dal punto di vista puramente giallo, il romanzo consta di due casi che hanno ben poco in comune. Nel primo Montalbano indaga su di uno stupro avvenuto in mare, che viene risolto grazie alla sua capacità di osservazione. Il secondo è invece relativo ad un bell'efferato omicidio (**) su di persona con cui il Montalbano aveva appena stabilito un'amicizia che sembrava destinata a diventare profonda. Che poi è una delle regole del gioco, mai diventare amici del protagonista di una serie gialla, le possibilità di schiattare in modo orribile aumentano incredibilmente.
La morta è una sarta, e non si capisce chi possa averla uccisa e perché. Le indagini vengono condotte con una approssimazione tale da far rizzare i capelli. Tanto per dirne una, si capisce subito che il mistero sarebbe grandemente semplificato se si facesse richiesta dei tabulati telefoni relativi alle linee, fisse e mobili, della signora. Eppure nessuno fa una mossa in tal senso. Forse perché sono tutti impegnati a gestire il gran traffico di migranti che passa da quelle parti, e la lucidità necessaria per usare la logica se ne è andata a ramengo.
Meno spiegabile mi pare sia l'assassina stessa, che fa trovare al commissario una lettera-spiegone in cui chiarisce tutti i dettagli, molti dei quali sarebbero restati completamente oscuri al commissario e ai lettori. Forse si è voluta levare un peso dalla coscienza, senza però pagare il fio dei suoi peccati? Ma perché farlo quando ancora poteva essere beccata, meglio sarebbe stato sparire e mandare l'incomprensibile missiva una volta che si fosse sentita al sicuro.
Nonostante tutto, l'indagine mantiene un suo bislacco fascino, anche se il commissario sembra sempre più interessato al cibo e sempre meno a tutto il resto. O forse proprio per questo.
(*) Ultimo solo per il momento, ho letto da qualche parte che sarebbero già ben avviati altri due episodi della saga.
(**) "Bello" nel senso di in linea con le aspettative del genere.
venerdì 19 febbraio 2016
L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome
Romanzo di Alice Basso, 2015.
Opera prima, e si vede. Mi dicono che sia un caso di successo dell'editoria italiana dell'anno scorso, e lo vedo meno.
Leggibile, carino, divertente, almeno a tratti. Piuttosto confuso nello sviluppo, come ammette anche l'autrice nell'intervista a se stessa pubblicata a piè di libro. Lei lo mette in positivo, dicendo che ci ha messo dentro tutto quello che le piace. Il problema è che ci sono parti che le vengono meglio, altre meno.
Vani di mestiere fa la ghostwriter, quello che in italiano si chiama(va) negro, ovvero scrive libri per personaggi famosi che non ne hanno tempo, voglia, o capacità, senza metterci il nome. Lo fa come il buon Benjamin Malaussène fa il capro espiatorio secondo Daniel Pennac, ovvero con gran modestia, e come se la sua fosse una occupazione normale. Ha un capo con cui ha una relazione molto conflittuale basata su reciproca stima e disgusto. Nel corso della sua innominabile carriera, la vediamo lavorare solo a libri di gran successo, di materia estremamente disparata. Il primo, un saggio scientifico divulgativo, serve solo per farci capire quanto sia brava e capace di adattarsi. Il secondo, un romanzo di ambientazione americana, le fa incontrare l'uomo che le farà girare la testa e che sarà al centro della trama chick-lit. Il terzo, un saggio paranormale, ha lo scopo di introdurre una trama gialla e il secondo uomo che serve sia per complicare il lato romantico sia per dare più corpo allo sviluppo poliziesco (trattasi infatti di commissario).
Concentrandosi sul terzo lavoro di Vani, eliminando la componente hard-boiled, sviluppando meglio l'ambiente esoterico e tutta la fuffa che si può pensare si annidi da quelle parti si ottiene ... ohibò, Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. E questo da un'idea di quella che penso sia la debolezza fondamentale del romanzo. Troppa roba e trattata di corsa. Non si approfondisce, si corre velocemente su troppi temi, come se si volesse fare un rapido riassuntino per il lettore che non ha tempo di leggere cose più sostanziose.
E nello sviluppo c'è spazio anche per molto altro, ad esempio un crossover con il genere young-adult, grazie al fatto che Vani incontra una ragazzina, Morgana, che è il suo clone, e così viviamo una sorta di flashback con Vani che cerca di modificare quello che sa potrebbe essere il suo futuro.
A mio parere, la parte migliore sta nella narrazione dei dolori della giovane (non più giovanissima, tarda trentina, ma si sa, i tempi di maturazione degli umani nei paesi occidentali si sono ridicolmente allungati) Vani. E deve averlo capito bene anche la Basso, visto che ha scelto di seguire la protagonista lasciandole in uso esclusivo l'io narrante. Questo però va a scapito di tutti gli altri personaggi, che risultano davvero poco sviluppati.
La parte peggiore sono i dialoghi. Improponibili. La gente non parla così. Avrà provato l'autrice a leggere ad alta voce quello che i suoi personaggi dicono? Avrebbe dovuto. Spero, nel suo interesse, che lo faccia per quello che sembra essere l'inevitabile seguito.
Opera prima, e si vede. Mi dicono che sia un caso di successo dell'editoria italiana dell'anno scorso, e lo vedo meno.
Leggibile, carino, divertente, almeno a tratti. Piuttosto confuso nello sviluppo, come ammette anche l'autrice nell'intervista a se stessa pubblicata a piè di libro. Lei lo mette in positivo, dicendo che ci ha messo dentro tutto quello che le piace. Il problema è che ci sono parti che le vengono meglio, altre meno.
Vani di mestiere fa la ghostwriter, quello che in italiano si chiama(va) negro, ovvero scrive libri per personaggi famosi che non ne hanno tempo, voglia, o capacità, senza metterci il nome. Lo fa come il buon Benjamin Malaussène fa il capro espiatorio secondo Daniel Pennac, ovvero con gran modestia, e come se la sua fosse una occupazione normale. Ha un capo con cui ha una relazione molto conflittuale basata su reciproca stima e disgusto. Nel corso della sua innominabile carriera, la vediamo lavorare solo a libri di gran successo, di materia estremamente disparata. Il primo, un saggio scientifico divulgativo, serve solo per farci capire quanto sia brava e capace di adattarsi. Il secondo, un romanzo di ambientazione americana, le fa incontrare l'uomo che le farà girare la testa e che sarà al centro della trama chick-lit. Il terzo, un saggio paranormale, ha lo scopo di introdurre una trama gialla e il secondo uomo che serve sia per complicare il lato romantico sia per dare più corpo allo sviluppo poliziesco (trattasi infatti di commissario).
Concentrandosi sul terzo lavoro di Vani, eliminando la componente hard-boiled, sviluppando meglio l'ambiente esoterico e tutta la fuffa che si può pensare si annidi da quelle parti si ottiene ... ohibò, Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. E questo da un'idea di quella che penso sia la debolezza fondamentale del romanzo. Troppa roba e trattata di corsa. Non si approfondisce, si corre velocemente su troppi temi, come se si volesse fare un rapido riassuntino per il lettore che non ha tempo di leggere cose più sostanziose.
E nello sviluppo c'è spazio anche per molto altro, ad esempio un crossover con il genere young-adult, grazie al fatto che Vani incontra una ragazzina, Morgana, che è il suo clone, e così viviamo una sorta di flashback con Vani che cerca di modificare quello che sa potrebbe essere il suo futuro.
A mio parere, la parte migliore sta nella narrazione dei dolori della giovane (non più giovanissima, tarda trentina, ma si sa, i tempi di maturazione degli umani nei paesi occidentali si sono ridicolmente allungati) Vani. E deve averlo capito bene anche la Basso, visto che ha scelto di seguire la protagonista lasciandole in uso esclusivo l'io narrante. Questo però va a scapito di tutti gli altri personaggi, che risultano davvero poco sviluppati.
La parte peggiore sono i dialoghi. Improponibili. La gente non parla così. Avrà provato l'autrice a leggere ad alta voce quello che i suoi personaggi dicono? Avrebbe dovuto. Spero, nel suo interesse, che lo faccia per quello che sembra essere l'inevitabile seguito.
venerdì 29 gennaio 2016
Best Movie Tag
Marco il Bibliofilo mi ha segnalato per uno di quei giochetti che appestano il web, che però hanno anche il loro risvolto simpatico. In pratica ha citato il mio blog (*) e con questo semplice atto mi ha legato ad una serie di adempimenti.
(1) Inserire il tag, sotto forma di immagine. E questo è facile:

(2) Ringraziare l'inventore del malefico meccanismo, Neogrigio, che ha scatenato il tutto dal suo blog Una vita non basta. E anche qui ce la si cava facilmente.
(3) Indicare cinque film tra quelli visti nel 2015. E questa è già tosta. Me la cavo così:
Interstellar di Christopher Nolan. La prima volta l'ho visto nel 2014, e questo lo escluderebbe dalla selezione, ma un cineforum estivo mi ha dato l'occasione di rivederlo nel 2015. Svariati i temi toccati, tutti molto controversi, come la relazione tra ragione e sentimento. Può la prima fare a meno del secondo? (Spoiler, no.)
Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael. Dio è una brutta persona. Fortuna che ha una figlia che ha compassione per gli umani.
Predestination dei fratelli Spierig. Avrei detto che fosse impossibile portare sullo schermo Tutti voi zombie di Heinlein. E invece.
The imitation game. Benedict Cumberbatch che interpreta Alan Turing. E tanto basti.
Calvario di John Michael McDonagh. L'ultima settimana di vita di un prete cattolico irlandese (Brendan Gleeson), chiamato a pagare per colpe non sue.
Aggiungo come riserva Paddington, un film che penso possa piacere a tutti.
(4) Segnalare altre possibili vittime del giochino. E qui il gioco si fa duro.
Impossibilitato a segnalare il segnalante, pena la creazione di un circolo vizioso che finirebbe per causare la fine dell'internet per come la conosciamo noi oggi, faccio i seguenti nomi:
Nella Crosiglia, per il blog Rock Music Space.
Marco Grande Arbitro, con il blog collettivo GiocoMagazzino!
Cecilia, a.k.a. La Tosca non è per tutti.
Luthien_ab di Ho voglia di cinema.
Tiziana con Di cinema, fiction & ...
Sam Gamgee e il suo Come nei film.
Sailor Fede per Componente instabile.
Federica di Una ciliegia tira l'altra.
And, last but not least, A Gegio film.
(*) Non questo, che non legge nessuno, nemmeno io che, seppur raramente, ci scrivo, ma Cine BlaBla. Posto qui per manie personali. Là pubblico solo in relazione ai film che vedo.
(1) Inserire il tag, sotto forma di immagine. E questo è facile:

(2) Ringraziare l'inventore del malefico meccanismo, Neogrigio, che ha scatenato il tutto dal suo blog Una vita non basta. E anche qui ce la si cava facilmente.
(3) Indicare cinque film tra quelli visti nel 2015. E questa è già tosta. Me la cavo così:
Interstellar di Christopher Nolan. La prima volta l'ho visto nel 2014, e questo lo escluderebbe dalla selezione, ma un cineforum estivo mi ha dato l'occasione di rivederlo nel 2015. Svariati i temi toccati, tutti molto controversi, come la relazione tra ragione e sentimento. Può la prima fare a meno del secondo? (Spoiler, no.)
Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael. Dio è una brutta persona. Fortuna che ha una figlia che ha compassione per gli umani.
Predestination dei fratelli Spierig. Avrei detto che fosse impossibile portare sullo schermo Tutti voi zombie di Heinlein. E invece.
The imitation game. Benedict Cumberbatch che interpreta Alan Turing. E tanto basti.
Calvario di John Michael McDonagh. L'ultima settimana di vita di un prete cattolico irlandese (Brendan Gleeson), chiamato a pagare per colpe non sue.
Aggiungo come riserva Paddington, un film che penso possa piacere a tutti.
(4) Segnalare altre possibili vittime del giochino. E qui il gioco si fa duro.
Impossibilitato a segnalare il segnalante, pena la creazione di un circolo vizioso che finirebbe per causare la fine dell'internet per come la conosciamo noi oggi, faccio i seguenti nomi:
Nella Crosiglia, per il blog Rock Music Space.
Marco Grande Arbitro, con il blog collettivo GiocoMagazzino!
Cecilia, a.k.a. La Tosca non è per tutti.
Luthien_ab di Ho voglia di cinema.
Tiziana con Di cinema, fiction & ...
Sam Gamgee e il suo Come nei film.
Sailor Fede per Componente instabile.
Federica di Una ciliegia tira l'altra.
And, last but not least, A Gegio film.
(*) Non questo, che non legge nessuno, nemmeno io che, seppur raramente, ci scrivo, ma Cine BlaBla. Posto qui per manie personali. Là pubblico solo in relazione ai film che vedo.
sabato 26 settembre 2015
Con tutto il bene che ti voglio
Commedia paradossale di Luciano Lunghi, qui presentata in dialetto lombardo (*).
(*) E sottolineo che ogni possibile riferimento a parole inglesi è casuale e non volutamente imbarazzante.
(*) E sottolineo che ogni possibile riferimento a parole inglesi è casuale e non volutamente imbarazzante.
sabato 6 dicembre 2014
Oscar alla migliore animazione 2014
L'Academy ha premiato Frozen. Bel film, niente da dire. Però, se avessi avuto voce in capitolo, avrei votato in modo diverso.
Questa la mia classifica:
5. I Croods: Dalla Dreamworks mi sarei aspettato molto di più. Ambientato in una preistoria di fantasia, forse sarebbe considerato retrogrado persino dai nostri antenati di quel periodo.
2. Frozen - Il regno di ghiaccio: Una produzione Disney ma lontana mille miglia dal manicheismo di nonno Walt. Sarei pure stato d'accordo per l'Oscar, se non fosse stato un anno denso di prodotti altrettanto, e anche più, interessanti.
2. Cattivissimo me 2: Lo ammetto, la storia qui è del tutto secondaria per la mia valutazione. Come pure la qualità grafica. E' il collettivo dei minion che vince su tutto.
2. Ernest & Celestine: Delicata storia quanto le tinte pastello con cui è visualizzata.
1. Si alza il vento: Grandissimo Miyazaki.
Questa la mia classifica:
5. I Croods: Dalla Dreamworks mi sarei aspettato molto di più. Ambientato in una preistoria di fantasia, forse sarebbe considerato retrogrado persino dai nostri antenati di quel periodo.
2. Frozen - Il regno di ghiaccio: Una produzione Disney ma lontana mille miglia dal manicheismo di nonno Walt. Sarei pure stato d'accordo per l'Oscar, se non fosse stato un anno denso di prodotti altrettanto, e anche più, interessanti.
2. Cattivissimo me 2: Lo ammetto, la storia qui è del tutto secondaria per la mia valutazione. Come pure la qualità grafica. E' il collettivo dei minion che vince su tutto.
2. Ernest & Celestine: Delicata storia quanto le tinte pastello con cui è visualizzata.
1. Si alza il vento: Grandissimo Miyazaki.
lunedì 27 ottobre 2014
Oscar al miglior film dell'anno 2014
Sono finalmente riuscito a vedermi tutti e nove i candidati all'Oscar ultimo scorso. Per l'Academy il premio è andato a 12 anni schiavo. Questo invece quel che ne penso io.
Scartati
The wolf of Wall Street. Basato sulla storia vera di uno speculatore newyorkese, ha il suo centro nella interpretazione di Leonardo DiCaprio, che riesce a far passare in secondo piano anche la regia di Martin Scorsese. Credo che la lunghezza eccessiva fosse voluta, per dare l'effetto di nausea che deve permeare dalla vita del soggetto. Ma penso che ci siano modi meno costosi per lo spettatore per ottenere lo stesso risultato.
Dallas Buyers Club. Anche questo film ha il suo punto forte nell'interpretazione del protagonista, Matthew McConaughey (che è anche nel Lupo), questo è però un film a basso costo, almeno per gli standard americani, che è riuscito a trovare la via delle grande distribuzione grazie al cast che si è interessato alla storia. Un altra storia vera, opportunamente manipolata per far risaltare quello che interessava al team creativo. Il risultato m'ha dato l'impressione di una eccessiva forzatura.
Belli
Lei - Her. Problema simile al Lupo. Non credo che se si vuole parlare di depressione occorra necessariamente fare un film deprimente. I toni asettici usati da Spike Jonze nel narrare la storia di Theodore (Joaquin Phoenix) ci stanno, ma il risultato mi è parso eccessivamente freddo.
Captain Phillips - Attacco in mare aperto. Ennesima storia vera, questa è stata adattata per farne un quadretto ancor più edificante del materiale di partenza. Ma la regia di Paul Greengrass mi ha preso a tal punto che me ne sono accorto solo molto dopo la fine del film.
12 anni schiavo. Bello, eh. Steve McQueen è davvero bravo, e l'Oscar ci sta tutto, considerando che è un premio del cinema americano. Fatto è che si tratta, per l'appunto, di una storia molto americana, a cui non è che io sia riuscito molto ad appassionarmi, non avendo nulla a che fare con il dramma dello schiavismo. Non che si parli solo di quello, è possibile astrarre considerazioni più generali, ma l'impostazione data è mirata sul caso particolare. Vedasi La ragazza del dipinto come esempio di film che tratta lo stesso tema in un modo che mi è parso più interessante.
Preferiti
Philomena. Film che sembra fatto per scontentare tutti, in quanto affronta un tema per cui molti hanno una risposta definitiva, ma si rifiuta di dare una risposta netta in una direzione o nell'altra. Al contrario di Her, nonostante che si parli di argomenti molto delicati e dolorosi, qui lo si fa con gran leggerezza e autoironia, grazie ad un team creativo di tutto rispetto, che vede in prima linea Steve Coogan e Stephen Frears. Grande anche la prestazione di Judi Dench nel ruolo principale.
American hustle - L'apparenza inganna. Lo direi il film più socievole del lotto. Nel senso che se volessi passare una serata con un gruppo di amici guardando uno tra questi titoli, sceglierei questo. Simpatico, divertente, con un ottimo cast, e ha pure cose interessanti da dire.
Gravity. La spettacolarità fatta cinema. Più grande è lo schermo su cui lo si guarda e meglio è. Nonostante l'ambientazione spaziale, la storia narrata è così lieve che potrebbe passare inosservata allo spettatore disattento (e uso alla grevità del film spettacolare medio).
Prescelto
Nebraska. Difficile credere che sia tra i candidati, visto che sembra uno di quei film che fa di tutto per sconsigliare la visione di se stesso. Girato in bianco e nero, con un protagonista vecchio e antipatico (Bruce Dern), che fa muovere l'azione con una lentezza esasperante nella più monotona provincia americana.
Eppure consiglierei di non farsi distrarre da questi dettagli, e lasciare che Alexander Payne narri la storia fino in fondo.
Scartati
The wolf of Wall Street. Basato sulla storia vera di uno speculatore newyorkese, ha il suo centro nella interpretazione di Leonardo DiCaprio, che riesce a far passare in secondo piano anche la regia di Martin Scorsese. Credo che la lunghezza eccessiva fosse voluta, per dare l'effetto di nausea che deve permeare dalla vita del soggetto. Ma penso che ci siano modi meno costosi per lo spettatore per ottenere lo stesso risultato.
Dallas Buyers Club. Anche questo film ha il suo punto forte nell'interpretazione del protagonista, Matthew McConaughey (che è anche nel Lupo), questo è però un film a basso costo, almeno per gli standard americani, che è riuscito a trovare la via delle grande distribuzione grazie al cast che si è interessato alla storia. Un altra storia vera, opportunamente manipolata per far risaltare quello che interessava al team creativo. Il risultato m'ha dato l'impressione di una eccessiva forzatura.
Belli
Lei - Her. Problema simile al Lupo. Non credo che se si vuole parlare di depressione occorra necessariamente fare un film deprimente. I toni asettici usati da Spike Jonze nel narrare la storia di Theodore (Joaquin Phoenix) ci stanno, ma il risultato mi è parso eccessivamente freddo.
Captain Phillips - Attacco in mare aperto. Ennesima storia vera, questa è stata adattata per farne un quadretto ancor più edificante del materiale di partenza. Ma la regia di Paul Greengrass mi ha preso a tal punto che me ne sono accorto solo molto dopo la fine del film.
12 anni schiavo. Bello, eh. Steve McQueen è davvero bravo, e l'Oscar ci sta tutto, considerando che è un premio del cinema americano. Fatto è che si tratta, per l'appunto, di una storia molto americana, a cui non è che io sia riuscito molto ad appassionarmi, non avendo nulla a che fare con il dramma dello schiavismo. Non che si parli solo di quello, è possibile astrarre considerazioni più generali, ma l'impostazione data è mirata sul caso particolare. Vedasi La ragazza del dipinto come esempio di film che tratta lo stesso tema in un modo che mi è parso più interessante.
Preferiti
Philomena. Film che sembra fatto per scontentare tutti, in quanto affronta un tema per cui molti hanno una risposta definitiva, ma si rifiuta di dare una risposta netta in una direzione o nell'altra. Al contrario di Her, nonostante che si parli di argomenti molto delicati e dolorosi, qui lo si fa con gran leggerezza e autoironia, grazie ad un team creativo di tutto rispetto, che vede in prima linea Steve Coogan e Stephen Frears. Grande anche la prestazione di Judi Dench nel ruolo principale.
American hustle - L'apparenza inganna. Lo direi il film più socievole del lotto. Nel senso che se volessi passare una serata con un gruppo di amici guardando uno tra questi titoli, sceglierei questo. Simpatico, divertente, con un ottimo cast, e ha pure cose interessanti da dire.
Gravity. La spettacolarità fatta cinema. Più grande è lo schermo su cui lo si guarda e meglio è. Nonostante l'ambientazione spaziale, la storia narrata è così lieve che potrebbe passare inosservata allo spettatore disattento (e uso alla grevità del film spettacolare medio).
Prescelto
Nebraska. Difficile credere che sia tra i candidati, visto che sembra uno di quei film che fa di tutto per sconsigliare la visione di se stesso. Girato in bianco e nero, con un protagonista vecchio e antipatico (Bruce Dern), che fa muovere l'azione con una lentezza esasperante nella più monotona provincia americana.
Eppure consiglierei di non farsi distrarre da questi dettagli, e lasciare che Alexander Payne narri la storia fino in fondo.
lunedì 3 marzo 2014
(Lady) Oscar 2014
Come al solito, c'è poco da recriminare sull'assegnazione dei premi Oscar. Però è simpatico dare un'occhiata disincantata ai risultati. A vincere è stato 12 anni schiavo, un verdetto filo-presidenziale, che però è bilanciato da Dallas buyer club, di impostazione anti-scientifica e anti-statale e come tale non sgradito alla destra stile tea-party (anche se devono aver fatto fatica a mandar giù la tematica relativa alla gayezza). Nel mezzo ci sta Gravity.
La piazzata ultima scorsa di Mia Farrow non è riuscita ad impedire il meritatissimo Oscar a Cate Blanchett, ma forse ha aiutato Jonze per la sceneggiatura. Le sciocche polemiche nostrane non hanno avuto, come era lecito immaginarsi, la minima eco negli USA e Paolo Sorrentino ha potuto così ricevere il suo Oscar. Solo premi minori per Il grande Gadsby.
Grande sconfitto American hustle, che non è riuscito a convertire nemmeno una delle dieci nomination. Altri film rimasti a bocca asciutta sono Captain Phillips, Nebraska (che io invece avrei coperto di premi), The wolf of Wall Street, Philomena, eccetera.
12 anni schiavo
miglior film
non protagonista femminile: Lupita Nyong'o
sceneggiatura non originale: John Ridley
Gravity
regia: Alfonso Cuarón
fotografia: Emmanuel Lubezki
montaggio: Alfonso Cuarón, Mark Sanger
colonna sonora: Steven Price
Dallas buyers club
protagonista maschile: Matthew McConaughey
non protagonista maschile: Jared Leto
trucco e parrucco: Adruitha Lee, Robin Mathews
Blue Jasmine
protagonista femminile: Cate Blanchett
Her
sceneggiatura originale: Spike Jonze
Frozen
lungometraggio animato
canzone originale: Let it go di Kristen Anderson-Lopez, Robert Lopez
La grande bellezza
miglior film in lingua straniera (dal punto di vista anglofono)
La piazzata ultima scorsa di Mia Farrow non è riuscita ad impedire il meritatissimo Oscar a Cate Blanchett, ma forse ha aiutato Jonze per la sceneggiatura. Le sciocche polemiche nostrane non hanno avuto, come era lecito immaginarsi, la minima eco negli USA e Paolo Sorrentino ha potuto così ricevere il suo Oscar. Solo premi minori per Il grande Gadsby.
Grande sconfitto American hustle, che non è riuscito a convertire nemmeno una delle dieci nomination. Altri film rimasti a bocca asciutta sono Captain Phillips, Nebraska (che io invece avrei coperto di premi), The wolf of Wall Street, Philomena, eccetera.
12 anni schiavo
miglior film
non protagonista femminile: Lupita Nyong'o
sceneggiatura non originale: John Ridley
Gravity
regia: Alfonso Cuarón
fotografia: Emmanuel Lubezki
montaggio: Alfonso Cuarón, Mark Sanger
colonna sonora: Steven Price
Dallas buyers club
protagonista maschile: Matthew McConaughey
non protagonista maschile: Jared Leto
trucco e parrucco: Adruitha Lee, Robin Mathews
Blue Jasmine
protagonista femminile: Cate Blanchett
Her
sceneggiatura originale: Spike Jonze
Frozen
lungometraggio animato
canzone originale: Let it go di Kristen Anderson-Lopez, Robert Lopez
La grande bellezza
miglior film in lingua straniera (dal punto di vista anglofono)
martedì 11 febbraio 2014
Weekend 07/02/2014
Belle & Sebastien questo weekend fa il colpaccio e, grazie al passaparola, riesce a conquistare la prima piazza. Anch'io ne ho sentito parlar bene, e una mezza tentazione di vederlo mi era pure venuta. Ho puntato invece su A proposito di Davis (sesto) e All is lost (quindicesimo).
Ma la più alta new entry è un'altra, Smetto quando voglio (quarto), un altro film che era tra le mie possibili visioni. Ma bisogna fare delle scelte. Del resto anche il remake/reboot di Robocop (quinto) aveva un certo interesse.
Ma la più alta new entry è un'altra, Smetto quando voglio (quarto), un altro film che era tra le mie possibili visioni. Ma bisogna fare delle scelte. Del resto anche il remake/reboot di Robocop (quinto) aveva un certo interesse.
sabato 8 febbraio 2014
Colonna sonora di Caos calmo
Charles Berling ha una parte minore in 20 anni di meno (è il padre del protagonista). Una parte ancor più piccola la aveva in Caos Calmo (era Boesson, a capo dello schieramento europeo, contrapposto a quello americano, che si stanno per fondere in un unico conglomerato).
La circostanza mi ha fatto venire in mente la canzone che Ivano Fossati ha scritto espressamente per Caos calmo, e che viene usata sui titoli di coda, L'amore trasparente. Qui in una bella versione dal vivo:
Ma è difficile fermarsi qui, tutta la colonna sonora del film, firmata da Paolo Buonvino, è molto piacevole e segue bene lo svolgimento dell'azione sulla pellicola. Non so quanto sensatamente, ma in alcuni punti mi ha fatto pensare ad atmosfere alla Ryuichi Sakamoto. Giustamente premiata col David e il Nastro d'argento come miglior colonna sonora del 2008.
Stessa doppietta (David e Nastro d'argento) anche per L'amore trasparente di Fossati, come miglior canzone originale. Altrettanto meritata.
Ci sono poi tre canzoni-ospiti di tutto rispetto:
Pyramid song dei Radiohead, da Amnesiac (2001)
Cigarettes and chocolate milk di Rufus Wainwright, da Poses (2001)
Your ex-lover is dead degli Stars, da Set yourself on fire (2004)
Il video della canzone degli Stars ricorda molto, anche se credo si tratti di una di quelle bizzarre casualità che di tanto in tanto succedono, una delle scene più memorabili di Se mi lasci ti cancello, meglio noto col suo titolo originale, Ethernal sunshine of the spotless mind. Tanto che KitKatTornado, su youtube ha pensato di rimontare spezzoni del film per creare un mix, che mi pare ben riuscito, tra film e canzone:
La circostanza mi ha fatto venire in mente la canzone che Ivano Fossati ha scritto espressamente per Caos calmo, e che viene usata sui titoli di coda, L'amore trasparente. Qui in una bella versione dal vivo:
Ma è difficile fermarsi qui, tutta la colonna sonora del film, firmata da Paolo Buonvino, è molto piacevole e segue bene lo svolgimento dell'azione sulla pellicola. Non so quanto sensatamente, ma in alcuni punti mi ha fatto pensare ad atmosfere alla Ryuichi Sakamoto. Giustamente premiata col David e il Nastro d'argento come miglior colonna sonora del 2008.
Stessa doppietta (David e Nastro d'argento) anche per L'amore trasparente di Fossati, come miglior canzone originale. Altrettanto meritata.
Ci sono poi tre canzoni-ospiti di tutto rispetto:
Pyramid song dei Radiohead, da Amnesiac (2001)
Cigarettes and chocolate milk di Rufus Wainwright, da Poses (2001)
Your ex-lover is dead degli Stars, da Set yourself on fire (2004)
Il video della canzone degli Stars ricorda molto, anche se credo si tratti di una di quelle bizzarre casualità che di tanto in tanto succedono, una delle scene più memorabili di Se mi lasci ti cancello, meglio noto col suo titolo originale, Ethernal sunshine of the spotless mind. Tanto che KitKatTornado, su youtube ha pensato di rimontare spezzoni del film per creare un mix, che mi pare ben riuscito, tra film e canzone:
lunedì 3 febbraio 2014
Weekend 31/01/2014
E' ora di recitare il mea culpa, ho dato il mio piccolo aiuto a far sì che in questo finesettimana al top della classifica restasse quella palla noiosa che risponde al nome di The wolf of Wall Street. Si consideri però che ho già parzialmente espiato essendomi sorbito tutte le tre ore di proiezione senza protestare. E non venga l'immaginario lettore di questo post a dirmi che è piaciuto a tutti, questi argomenti quantitativi, almeno con me, lasciano il tempo che trovano.
Meglio avrei fatto ad andare a vedermi la più alta nuova entrata (terzo posto), Belle & Sebastien, storia dell'amicizia tra un bimbo e un bel cagnone, in tempi e luoghi piuttosto duri. Ma poteva andarmi anche peggio, Hercules - La leggenda ha inizio (quinto), o Dragon Ball Z - La battaglia degli Dei (sesto).
Non sono sicuro di cosa pensare de La gente che sta bene (settimo) che può contare su un bel cast e una storia che sembra intrigante, mentre quel che ho letto mi porta ad evitare I segreti di Osage County (ottavo) nonostante il cast favoloso.
Un gran bene si dice di Dallas Buyers Club (nono), ma non mi sento particolarmente in sincronia con la storia, almeno al momento.
Meglio avrei fatto ad andare a vedermi la più alta nuova entrata (terzo posto), Belle & Sebastien, storia dell'amicizia tra un bimbo e un bel cagnone, in tempi e luoghi piuttosto duri. Ma poteva andarmi anche peggio, Hercules - La leggenda ha inizio (quinto), o Dragon Ball Z - La battaglia degli Dei (sesto).
Non sono sicuro di cosa pensare de La gente che sta bene (settimo) che può contare su un bel cast e una storia che sembra intrigante, mentre quel che ho letto mi porta ad evitare I segreti di Osage County (ottavo) nonostante il cast favoloso.
Un gran bene si dice di Dallas Buyers Club (nono), ma non mi sento particolarmente in sincronia con la storia, almeno al momento.
sabato 1 febbraio 2014
Weekend 24/01/2014
Affaccendato in altre faccende, quasi mi dimenticavo di scrivere due righe sul passato weekend cinematografico. Rimedio quando ormai il tempo è scaduto.
Come atteso, il gran botto l'ha fatto The wolf of Wall Street, nuovo ingresso al numero uno con gran distacco. Martin Scorsese dirige il film voluto e interpretato da Di Caprio. Meno atteso (credo) il secondo posto di Paolo Genovese con Tutta colpa di Freud, ennesima commedia italiana che mi pare di capire miri al bersaglio grosso, sfiorando il centro, peraltro. Decisamente sorprendente il terzo posto di A spasso con i dinosauri, una animazione che mi pare evitabile.
Primo tra le conferme dalla settimana precedente Il capitale umano di Paolo Virzì.
Più sotto un paio di altre nuove entrate che non mi sembrano entusiasmanti, I, Frankenstein (settimo) e Last Vegas (ottavo).
Come atteso, il gran botto l'ha fatto The wolf of Wall Street, nuovo ingresso al numero uno con gran distacco. Martin Scorsese dirige il film voluto e interpretato da Di Caprio. Meno atteso (credo) il secondo posto di Paolo Genovese con Tutta colpa di Freud, ennesima commedia italiana che mi pare di capire miri al bersaglio grosso, sfiorando il centro, peraltro. Decisamente sorprendente il terzo posto di A spasso con i dinosauri, una animazione che mi pare evitabile.
Primo tra le conferme dalla settimana precedente Il capitale umano di Paolo Virzì.
Più sotto un paio di altre nuove entrate che non mi sembrano entusiasmanti, I, Frankenstein (settimo) e Last Vegas (ottavo).
lunedì 20 gennaio 2014
Weekend 17/01/2014
Continua la marcia trionfale di Peppa Pig, che mantiene la terza piazza, superata solo da The counselor - Il procuratore di Ridley Scott (che nonostante il ragguardevole cast non mi ispira per nulla) e dal molto più interessante Il capitale umano di Paolo Virzì.
Ma non c'è limite al peggio, perché la seconda new entry, ben staccata dalla maialina prodigio, quinta posto, è Angry games - La ragazza con l'uccello di fuoco, parodia di cui era difficile sentirne il bisogno. Ancora più giù, settimo, il remake di Carrie, Lo sguardo di Satana, anche questo decisamente evitabile.
Mostruosamente sottostimato, tredicesimo, è Nebraska di Alexander Payne, che forse ha spaventato i possibili spettatori con il bianco e nero della sua pellicola. All'altra new entry interessante di questa settimana, C'era una volta a New York di James Gray, con Marion Cotillard e Joaquin Phoenix, è andata anche peggio, diciassettesimo.
Ma non c'è limite al peggio, perché la seconda new entry, ben staccata dalla maialina prodigio, quinta posto, è Angry games - La ragazza con l'uccello di fuoco, parodia di cui era difficile sentirne il bisogno. Ancora più giù, settimo, il remake di Carrie, Lo sguardo di Satana, anche questo decisamente evitabile.
Mostruosamente sottostimato, tredicesimo, è Nebraska di Alexander Payne, che forse ha spaventato i possibili spettatori con il bianco e nero della sua pellicola. All'altra new entry interessante di questa settimana, C'era una volta a New York di James Gray, con Marion Cotillard e Joaquin Phoenix, è andata anche peggio, diciassettesimo.
martedì 14 gennaio 2014
Weekend 10/01/2014
Finesettimana cinematografico fiacco, come si deduce dal fatto che la seconda più alta new entry è una raccolta di animazioni infantili fatte per la televisione, la terribile Peppa Pig. Fortuna che ne approfitta Il capitale umano di Paolo Virzì per entrare prepotentemente al secondo posto, e dando una bella raddrizzata alla qualità media dei film italiani correntemente in programmazione. Come contrappasso, al quinto entra il vanziniano Sapore di te.
Il grande match della strana coppia De Niro - Stallone è sesto, un gradino sopra a Disconnect di Henry Alex Rubin, che a quanto ho capito è una specie di Crash, quello di Haggis, ma ambientato ai tempi della connettività diffusa.
Nel resto della classifica molti dei film in corsa agli Oscar.
Il grande match della strana coppia De Niro - Stallone è sesto, un gradino sopra a Disconnect di Henry Alex Rubin, che a quanto ho capito è una specie di Crash, quello di Haggis, ma ambientato ai tempi della connettività diffusa.
Nel resto della classifica molti dei film in corsa agli Oscar.
giovedì 9 gennaio 2014
Weekend 03/01/2014
Il primo finesettimana cinematografico dell'anno vede in prima posizione la nuova commedia di Luca Miniero, Un boss in salotto, il che sarebbe una bella notizia se non fosse la terza versione di Benvenuti al sud. Forse sarebbe stato meglio cercare di puntare su qualcosa di diverso.
Riesce comunque nell'impresa di staccare Frozen - Il regno di ghiaccio (secondo), un Disney natalizio di cui ho sentito un coro quasi omogeneo di commenti positivi. Ancor più staccata, al terzo posto, un'altra animazione, ma questa è giapponese, Capitan Harlock. Attenzione che le differenze rispetto al Capitan Harlock storico sono sostanziali.
Solo quarto American hustle - L'apparenza inganna di David O. Russell. Accreditato di un possibile buon risultato agli Oscar, grazie anche al cast incredibile, penso che potrebbe recuperare in seguito. Ancor più fiacco in quinta posizione The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, che penso sconti un tema poco interessante dalle nostre parti.
Riesce comunque nell'impresa di staccare Frozen - Il regno di ghiaccio (secondo), un Disney natalizio di cui ho sentito un coro quasi omogeneo di commenti positivi. Ancor più staccata, al terzo posto, un'altra animazione, ma questa è giapponese, Capitan Harlock. Attenzione che le differenze rispetto al Capitan Harlock storico sono sostanziali.
Solo quarto American hustle - L'apparenza inganna di David O. Russell. Accreditato di un possibile buon risultato agli Oscar, grazie anche al cast incredibile, penso che potrebbe recuperare in seguito. Ancor più fiacco in quinta posizione The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, che penso sconti un tema poco interessante dalle nostre parti.
sabato 28 dicembre 2013
Classifica 2013 di Close up
Piuttosto allergico a far classifiche, non mi dispiace sbirciare quelle altrui per trarne suggerimenti per future visioni. Qui spulcio I film più belli del 2013 secondo Close Up.
1) La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Faccio il tifo per la sua corsa all'Oscar "straniero", ma non sarei così convinto che vale una prima piazza tra i film dell'anno.
2) Gravity di Alfonso Cuaròn. Non l'ho ancora visto, un po' tutti consigliano di vederlo su grandissimo schermo, magari in 3D. Peccherebbe di trama miserella e inconsistenza scientifica, ma sarebbe di una potenza visuale notevolissima. La visione della scheggia usata come preview mi fa pensare di essere d'accordo.
3) Django Unchained di Quentin Tarantino. Non visto e sto bene così. Tarantino mi ha ufficialmente stufato con Kill Bill.
4) Venere in pelliccia di Roman Polanski. Spero in un suo secondo passaggio al cinema, oppure me lo recupero su piccolo schermo. Per me Polanski è comunque una certezza.
5) La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. Non mi attizza, ma potrebbe capitare come visione fortunosa.
6) Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. Più ci penso e più mi sembra sopravvalutato. Non ne consiglierei la visione ad altri.
7) The Master di Paul Thomas Anderson. Che ci fa qui così in basso?
8) Rush di Ron Howard. Non l'ho ancora visto, ma credo che valga la pena, magari non al cinema.
9) Il grande Gatsby di Baz Luhrmann. Da visioni precedenti mi sono fatto l'idea che il regista non sia in linea con le mie aspettative cinematografiche. Non sarei contrario ad una visione casuale.
10) La migliore offerta di Giuseppe Tornatore. Sottostimato, dovrebbe stare in cima e non in fondo alla classifica.
Alcune altre segnalazioni:
Après Mai - qualcosa nell’aria di Olivier Assayas. Manco di informazioni sufficienti per dirne alcunché.
Il tocco del peccato di Zhang Ke Jia. Come sopra.
Blue Jasmine di Woody Allen. Come è possibile che non sia in classifica?
Hunger Games: la ragazza di fuoco di Francis Lawrence. Non ne sono persuaso. Magari aspetto la conclusione della serie, e la sua disponibilità in cofanetto prima di decidermi a guardarlo.
No - I giorni dell’arcobaleno di Pablo Larraìn. Curioso modo di affrontare un tema non leggero.
Holy motors di Leos Carax. Piuttosto folle, imperdibile, decisamente non per tutti.
Giovane e bella di François Ozon. Il regista è molto bravo, questo potrebbe però essere stato un suo (mezzo) passo falso.
1) La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Faccio il tifo per la sua corsa all'Oscar "straniero", ma non sarei così convinto che vale una prima piazza tra i film dell'anno.
2) Gravity di Alfonso Cuaròn. Non l'ho ancora visto, un po' tutti consigliano di vederlo su grandissimo schermo, magari in 3D. Peccherebbe di trama miserella e inconsistenza scientifica, ma sarebbe di una potenza visuale notevolissima. La visione della scheggia usata come preview mi fa pensare di essere d'accordo.
3) Django Unchained di Quentin Tarantino. Non visto e sto bene così. Tarantino mi ha ufficialmente stufato con Kill Bill.
4) Venere in pelliccia di Roman Polanski. Spero in un suo secondo passaggio al cinema, oppure me lo recupero su piccolo schermo. Per me Polanski è comunque una certezza.
5) La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. Non mi attizza, ma potrebbe capitare come visione fortunosa.
6) Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. Più ci penso e più mi sembra sopravvalutato. Non ne consiglierei la visione ad altri.
7) The Master di Paul Thomas Anderson. Che ci fa qui così in basso?
8) Rush di Ron Howard. Non l'ho ancora visto, ma credo che valga la pena, magari non al cinema.
9) Il grande Gatsby di Baz Luhrmann. Da visioni precedenti mi sono fatto l'idea che il regista non sia in linea con le mie aspettative cinematografiche. Non sarei contrario ad una visione casuale.
10) La migliore offerta di Giuseppe Tornatore. Sottostimato, dovrebbe stare in cima e non in fondo alla classifica.
Alcune altre segnalazioni:
Après Mai - qualcosa nell’aria di Olivier Assayas. Manco di informazioni sufficienti per dirne alcunché.
Il tocco del peccato di Zhang Ke Jia. Come sopra.
Blue Jasmine di Woody Allen. Come è possibile che non sia in classifica?
Hunger Games: la ragazza di fuoco di Francis Lawrence. Non ne sono persuaso. Magari aspetto la conclusione della serie, e la sua disponibilità in cofanetto prima di decidermi a guardarlo.
No - I giorni dell’arcobaleno di Pablo Larraìn. Curioso modo di affrontare un tema non leggero.
Holy motors di Leos Carax. Piuttosto folle, imperdibile, decisamente non per tutti.
Giovane e bella di François Ozon. Il regista è molto bravo, questo potrebbe però essere stato un suo (mezzo) passo falso.
lunedì 23 dicembre 2013
Weekend 20/12/2013
Per i distratti: siamo sotto Natale. E la classifica cinematografica finesettimanale, come è lecito attendersi, lo riflette adeguatamente.
Dunque entra prepotentemente al primo posto Frozen - Il regno di ghiaccio, il Disney natalizio di quest'anno, regge botta Lo Hobbit 2, seguito da ben tre commedie italiane, di quelle che ci si può aspettare in questa stagione, ed una commedia americana più o meno sulla stessa lunghezza d'onda, I sogni segreti di Walter Mitty diretto da Ben Stiller, remake del titolo omonimo (in inglese) che in italiano faceva Sogni proibiti. Chi è diversamente giovane potrebbe ricordarlo, magari se ricordo che il protagonista era Danny Keye. Lo stesso film era già stato oggetto di un drammatico (nel senso del risultato ottenuto) remake italiano, Sogni mostruosamente proibiti, per la regia di Neri Parenti con Paolo Villaggio nel ruolo del protagonista.
La nuova entrata più interessante della settimana è al settimo posto, Philomena di Stephen Frears, con Judi Dench nel ruolo di protagonista.
Dunque entra prepotentemente al primo posto Frozen - Il regno di ghiaccio, il Disney natalizio di quest'anno, regge botta Lo Hobbit 2, seguito da ben tre commedie italiane, di quelle che ci si può aspettare in questa stagione, ed una commedia americana più o meno sulla stessa lunghezza d'onda, I sogni segreti di Walter Mitty diretto da Ben Stiller, remake del titolo omonimo (in inglese) che in italiano faceva Sogni proibiti. Chi è diversamente giovane potrebbe ricordarlo, magari se ricordo che il protagonista era Danny Keye. Lo stesso film era già stato oggetto di un drammatico (nel senso del risultato ottenuto) remake italiano, Sogni mostruosamente proibiti, per la regia di Neri Parenti con Paolo Villaggio nel ruolo del protagonista.
La nuova entrata più interessante della settimana è al settimo posto, Philomena di Stephen Frears, con Judi Dench nel ruolo di protagonista.
domenica 22 dicembre 2013
Buon Natale con Doctor Who
Lo speciale di Natale del Dottore si avvicina e, come si vede dal trailer, non sarà una puntata facile da dimenticare:
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